
Una delle preoccupazioni più comuni tra i pazienti che arrivano al sospetto di idrocefalo normoteso non riguarda solo la diagnosi in sé, ma il percorso per arrivarci: quali esami servono? Sono invasivi? Fanno male?. La buona notizia è che il percorso diagnostico, pur richiedendo più passaggi, è nel complesso ben tollerato dalla maggior parte dei pazienti.
Quali esami servono per diagnosticare l’idrocefalo normoteso?
La diagnosi si costruisce combinando tre elementi: la valutazione clinica (marcia, cognitività, continenza urinaria), l’imaging cerebrale (RM o TAC) e un test dinamico sul liquido cerebrospinale, il più diffuso dei quali è il tap test. Nessuno di questi esami, da solo, è sufficiente: è la loro combinazione a permettere di distinguere l’idrocefalo normoteso da altre condizioni che gli somigliano, come il Parkinson o le demenze degenerative.
La risonanza magnetica
La RM cerebrale è un esame non invasivo e indolore: non prevede aghi, radiazioni né alcun contatto diretto con i tessuti. L’unico disagio riportato da alcuni pazienti è legato al rumore dell’apparecchio e alla necessità di restare fermi per alcuni minuti all’interno del tunnel, aspetto che può creare disagio nei pazienti con claustrofobia. La RM permette di visualizzare la dilatazione dei ventricoli cerebrali, il segno radiologico caratteristico dell’idrocefalo normoteso, associato ai segni radiologici accessori che sono alcune misure lineari come l’indice di Evans e l’angolo del corpo calloso
Cos’è il tap test e come si esegue?
Il tap test consiste nel prelievo di una quantità di liquido cerebrospinale (liquor) tramite una puntura lombare, la stessa tecnica usata per altri esami neurologici. Dopo il prelievo, che rimuove tipicamente 30-50 ml di liquor, il paziente viene rivalutato clinicamente nelle ore e nei giorni successivi (24,48,72 ore), osservando in particolare eventuali miglioramenti della marcia. Se il cammino migliora dopo la sottrazione di liquor, questo è un forte indicatore che il paziente risponderà bene anche all’intervento chirurgico definitivo (la derivazione spino- peritoneale o ventricolo-peritoneale).
Il tap test è doloroso?
È un esame percepito come fastidioso più che doloroso. Il momento dell’ago può causare una breve puntura simile a un prelievo di sangue, mentre durante e dopo la procedura alcuni pazienti riferiscono una sensazione di pressione o tensione lombare. Nelle ore successive può comparire una cefalea post-puntura lombare, generalmente lieve e transitoria, che si risolve con il riposo e un’adeguata idratazione.
Da ricordare: la cefalea post-tap test, quando presente, è quasi sempre autolimitante e non deve far pensare a una complicanza grave. Va comunque sempre segnalata al neurologo di riferimento.
Cosa succede dopo il tap test?
Nei giorni successivi al prelievo, il paziente viene sottoposto a una rivalutazione clinica strutturata: test del cammino cronometrati, valutazione dell’equilibrio e, quando indicato, test cognitivi brevi. Un miglioramento oggettivo in questa fase rafforza l’indicazione chirurgica; una risposta assente o dubbia non esclude comunque in modo definitivo il beneficio dell’intervento, e può rendere necessari approfondimenti ulteriori.
Servono altri esami oltre a RM e tap test?
In alcuni casi selezionati, quando il tap test non fornisce una risposta chiara, può essere utile un monitoraggio prolungato della pressione liquorale (lumbar infusion test) o un drenaggio liquorale esterno di alcuni giorni, esami di secondo livello riservati a situazioni più complesse. Restano inoltre indispensabili la visita neurologica e, quando utile a chiarire il quadro, una valutazione neuropsicologica per definire con precisione l’entità del deterioramento cognitivo.
Quanto tempo richiede il percorso diagnostico completo?
Nella maggior parte dei casi, tra RM, visita neurologica e tap test, il percorso diagnostico si completa nell’arco di poche settimane. I tempi possono allungarsi se sono necessari accertamenti di secondo livello (come il monitoraggio prolungato della pressione liquorale) o se occorre coordinarsi con un centro neurochirurgico per la successiva valutazione dell’eventuale intervento.
Il Dott. Claudio Pacchetti è neurologo specializzato nella diagnosi e nel trattamento della malattia di Parkinson e dei disturbi del movimento, con sedi a Milano, Pavia e Matera.